Introduzione alla cura in psicoterapia

In questo articolo parleremo della cura in Psicoterapia e del suo svolgimento. Cercherò di rispondere a tutte le domande che mi avete posto.

Le riflessioni che seguono sono il frutto delle mie considerazioni derivanti dalla teoria e dalla pratica della psicoterapia ad indirizzo psicoanalitico, fermo restando che ogni pratica psicoterapica è sempre qualcosa che coinvolge almeno una coppia di individui.

Lo psicoterapeuta può rappresentare, e credo sia giusto così per un certo periodo, una specie di porto sicuro per il paziente, punto di partenza per un viaggio in cui (ri)scoprire e attivare quelle risorse che una persona ha dentro di sé ma non è in grado di utilizzare.

Come professionisti della salute, la nostra professione comporta la responsabilità etica della cura del nostro paziente. Noi non sollecitiamo contenuti, non offriamo men che mai risposte, ma dirigiamo la cura e su questo non possiamo essere intransigenti.

Cosa significa dirigere una cura in psicoterapia?

Etimologicamente, cura deriva dalla radice sanscrita ku-/kav- e vuol dire osservare. Curare è quindi l’atto di responsabilità che segue l’osservazione. E’ proprio di questo che si tratta in terapia: osservare ascoltando quello che il paziente riporta e assumersi la responsabilità delle considerazioni che se ne sono tratte restituendole al paziente.

Secondo Lacan l’analista deve essere nella posizione di uno specchio orizzontale per permettere al suo analizzante di vedersi riflesso.

Il ruolo del paziente

Chi si rivolge ad uno psicoterapeuta lo fa a partire da un sintomo, ovvero da qualcosa che “cade insieme” e cioè un’evidenza che è indizio (della malattia). Il sintomo fa soffrire, crea disagio, dolore, esaspera e per questo ci si aspetta, che lo specialista, lo aiuti a liberarsene. Il sintomo può essere originato da una situazione precisa, da un rapporto o dalla sua fine o, talvolta, essere sconosciuto.

L’ansia in precise situazioni, gli attacchi di panico, fobie, ossessioni, difficoltà nel mantenere le relazioni oppure scelte sempre errate dei propri partner… sono solo alcuni esempi dei possibili sintomi di cui possiamo soffrire.

psicoterapia

Spesso, per la paura del giudizio o vergogna, non si trova la forza di parlare con chi si ha vicino della propria sofferenza e il tenerlo per sé acuisce ulteriormente il dolore. Oppure non si fa che parlarne con un caro o un amico ma questo non cambia nulla.

Riuscire a parlarne con un professionista è già un primo successo e spesso, dopo le sedute iniziali, il senso di sollievo provato alimenta il desiderio di andare avanti. Questo lavoro di osservazione di se stesso davanti ad un altro, inevitabilmente, ad un certo punto porta il paziente ad un punto preciso: vedere il proprio coinvolgimento nella situazione di cui si lamenta.  

L’anima bella di Hegel

Hegel ha criticato il concetto di anima bella riportato in auge dal romanticismo tedesco, soprattutto da Schiller. Per Hegel l’anima bella è colei che, desidera tanto cambiare la propria condizione ma, in fondo, teme che l’azione possa macchiare l’onestà della coscienza e per conservarsi pura rifugge da ogni tentativo di agire. Si consuma allora in un desiderio insoddisfatto di un cambiamento, e non vede, la propria partecipazione, alla situazione di cui si lamenta.

Il ruolo dello psicoterapeuta

Lo psicoterapeuta deve permettere al paziente di poter ampliare la propria prospettiva, aiutandolo ad abbandonare quei percorsi mentali fin troppo automatizzati. Deve aiutare a creare spazio per far posto a pensieri differenti, deve saper accogliere e lenire la sofferenza cui dà ascolto.

Deve offrire sostegno senza diventare indispensabile, deve anche essere in grado di capire se è in grado di poter essere la figura giusta o inviare ad altri nel caso fosse la cosa necessaria da fare, sapendo ridimensionare la propria onnipotenza.

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E’ importantissimo che lo psicoterapeuta sia in grado di tenere la giusta distanza tra sé e il paziente affinché non perda mai un punto di vista imparziale su quanto gli viene riportato e perché questo è ciò che garantisce la validità di una cura. Attraverso i propri studi, l’esperienza pratica, la sua discussione con supervisori e colleghi e un eventuale percorso personale lo psicoterapeuta si forma e sviluppa gli strumenti necessari per poter svolgere la professione.

Differenza tra la psicoterapia e la psicoanalisi

Esistono psicoterapie di diversi orientamenti divisibili in tre grandi categorie: la psicoterapia cognitivo-comportamentale, quella sistemico-relazionale e quella psicodinamica.

La prima ha un’impostazione medica, offre trattamenti validati e standardizzati mirati alla rimozione di specifici disturbi. L’approccio sistemico-relazione ha come focus del suo intervento il soggetto considerato come appartenente ad una serie di sistemi e relazioni che lo influenzano e che lui a sua volta influenza. L’ultima, invece, si concentra sul riconoscimento nell’individuo di bisogni emotivi, affettivi legati ai conflitti che ne determinano la sofferenza.

La psicoterapia psicodinamica trae i suoi costrutti teorici dalla psicoanalisi, nata prima della psicoterapia, tuttavia ne differisce per un approccio più leggero, la psicoterapia spesso non supera la frequenza settimanale delle sedute, la psicoanalisi non ammette meno di due sedute settimanali.

La differenza tra le due può essere così metaforizzata: la psicoterapia è come un’escursione in collina, dalla quale possiamo ammirare tutto il paesaggio della vallata circostante, la psicoanalisi è, invece, la scalata di una montagna, con tutta la fatica che ne consegue ma anche la possibilità di vedere molto più in là.

Quanto dura un percorso di psicoterapia?

E’ evidente che la durata del percorso non può essere conosciuta in anticipo, ma è qualcosa che sarà esplicitato durante lo stesso corso della terapia.

In base all’orientamento teorico del percorso è possibile distinguere terapie più lunghe, che mirano ad un cambiamento strutturale profondo come quella psicoanalitica a percorsi più brevi, focalizzati sul trattamento di uno o pochi aspetti specifici, come avviene in quelle cognitivo-comportamentali.

paziente

Oggi, tuttavia numerosi professionisti nonostante il proprio approccio di riferimento sono aperti a cogliere gli aspetti più validi anche delle altre, per giungere a modalità di lavoro più flessibili in grado di cogliere i bisogni specifici dei propri pazienti.

Al centro della cura c’è la persona che ha rivolto la propria domanda ad un professionista. Sarà soprattutto questa a lavorare, come è giusto che sia, perché è il suo benessere e futuro in gioco. Il professionista ha la responsabilità etica di seguire chi si è rivolto a lui, assumendosi l’onere e l’onore di permettere a questa persona di sentirsi a suo agio con se stessa e con il mondo.

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