Che cos’è il disturbo passivo-aggressivo?

Il disturbo passivo-aggressivo denota una modalità di interazione con gli altri ambivalente: nel suo modo di fare emerge una netta discrepanza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Questa modalità porta chi ne soffre ad avere problemi nelle relazioni sul lavoro e negli affetti, spingendo verso un autosabotaggio che tende a confermare la visione negativista della vita e degli altri soggiacente.

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Il disturbo passivo aggressivo non è più riconosciuto come disturbo di personalità dal DSM-V, nella precedente edizione era stato incluso nel disturbo negativistico di personalità. Questi due aspetti, quello negativista e quello passivo-aggressivo, sono molto connessi: il primo è il substrato cognitivo del secondo che si esprime nel comportamento, ma i due non sono sovrapponibili del tutto. Più che di un vero e proprio disturbo, si può parlare di uno stile comportamentale che risulta molto problematico nelle relazioni con gli altri.

Sintomi

I sintomi del comportamento passivo-aggressivo sono eterogenei, ma sono sempre caratterizzati da un rapporto interpersonale ambivalente. Di seguito alcuni esempi di comportamenti sintomatici:

  • Non portare a termini compiti per cui ci si è offerti volontari o si è data questa impressione;
  • Combinare errori o mancare scadenze per progetti, compiti o eventi in maniera intenzionale;
  • Non presentarsi a riuinioni, appuntamenti, eventi sociali in maniera intenzionale;
  • Mostrare eccessiva testardaggine;
  • Lamento eccessivo rispetto alla sfortuna personale o alla sottovalutazione;
  • Resistenza alla routine sociale o a compiti occupazionali senza una chiara ragione;
  • Presenza di Invidia e risentimento per chi considerano fortunato;
  • Intenzionale smarrimento di importanti documenti per evitare progetti lavorativi, viaggi, appuntamenti medici o riunioni di famiglia;
  • Incolpare gli altri per i propri sentimenti o agiti;
  • Avere un atteggiamento aggressivo, pessimistico o cinico;
  • Esprimere scontento o critica verso l’autorità.

Questi comportamenti sono trasversali ad altri possibili disturbi, ma sono tipici di un atteggiamento passivo-aggressivo nei confronti delle persone con sui si è in una relazione, scelta o forzata che sia.

Considerazioni sul disturbo passivo aggressivo

Per spiegare la condotta caratteristica di questo stile relazionale bisogna approfondire l’ambivalenza alla sua base. Se non mi fido di me stesso ad una richiesta dell’altro potrei rispondere affermativamente per poi tirarmi indietro, oppure se non mi fido dell’altro o nutro del risentimento verso di lui, potrei accettare un compito per poi svolgerlo male di proposito. Alla base dell’ambivalenza c’è dunque sempre il rapporto con l’altro. Anche nella percezione che abbiamo di noi stessi possiamo sentirci influenzati da come l’altro ci guarda, o più precisamente da come ci sentiamo guardati dall’altro.

Più mi sento influenzato dall’altro nel sentimento di me stesso, più potrò attribuire la responsabilità di come mi sento o di quello che faccio all’altro da cui mi sento influenzato. Così facendo però mi sollevo dalle mie responsabilità. Questo schema impedisce di rendersi autonomi. Più attribuisco all’altro la responsabilità più potrò addosargli la colpa per quello che succede o per quello che non va bene. Potrò allora sabotare le sue iniziative per rendergli manifesta la sua incapacità. Ma l’unico incapace sono io che non sono in grado di mostrare direttamente le mie intenzioni, assumendomene la responsabilità.

Cause del disturbo passivo – aggressivo

Questo stile comportamentale si può acquisire nei contesti in cui si cresce, attraverso l’esempio che si ha e si osserva. Detto questo, non è possibile limitarsi a spiegare questo comportamento come un apprendimento riflesso, perché così si trascurerebbe la componente soggettiva di guadagno offerto dal poter sempre trovare una giustificazione esterna al proprio agire. In questo meccanismo di deresponsabilizzazione si insinua una trappola che al contempo solleva il soggetto da ogni responsabilità ma lo priva anche della possibilità di sentirsi “agente” della propria vita, di riconoscere la parte attiva che svolge.

Non dire di no

Saper dire di no non è facile e spesso non lo si dice per paura dell’altro, che soffra, che ci rimanga male o che ci possa lasciare… ma in questo meccanismo si perde autenticità. E’ tipicamente passivo-aggressivo dire di si, quando non si ha voglia ma senza accettare davvero la richiesta dell’altro. Per questo la si dimentica, la si sbaglia o la si consegue per poi indurre nell’altro il senso di colpa per averlo richiesto.

Possibili soluzioni

Un percorso di terapia permette di rielaborare questa strategia comportamentale, prendendo consapevolezza di questa modalità personale. Spesso la si agisce inconsapevolmente e non la si riesce a vedere fino al momento in cui se ne parla e lo si nomina. Si crede davvero che la colpa sia degli altri, dei genitori, del datore di lavoro, del vicino e per questo il cambiamento è tanto meno sperato perché a carico solo dell’altro. Se però si impara a riconoscere la propria implicazione nei sistemi relazionali che ci condizionano e nella nostra stessa modalità di interagire con gli altri, allora il cambiamento è tanto più realizzabile perché dipende in gran parte solo da noi.

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